Fine stagione

 

Marco Sportelli  

(Già pubblicato su Fly Line)

 

 

Settembre - Potendo scegliere metterei in calendario tre mesi di maggio, tre di giugno e tre settembre, ma raddoppierei anche aprile e ottobre, ottimi per risorgive e temoli, ma anche per far dispetto a chi afferma non esistano più le mezze stagioni!

Settembre è il mese migliore per risalire i nostri riali. L’afa estiva ha lasciato posto alla rugiada, gli escursionisti a cacciatori e raccoglitori di funghi, i bagnanti a qualche pescatore. La temperatura è diminuita, la luce filtra affievolita tra i rami, le giornate si sono accorciate, le trote hanno abbandonano le cascatelle, i tratti d’acqua veloce e la sicurezza delle tane per spostarsi nei fine piana. Con l’avvicinarsi dell’inverno e del periodo riproduttivo è giunto il momento di mettersi in gioco: la selezione genetica è spietata, troppo ardito ti mangiano, troppo timido non trasmetti i tuoi geni.

Risalgo fino al grande ontano senza neppure montare la canna. E' stupefacente come i luoghi, le cose, gli esseri che li popolano si manifestino in maniera tanto differente con il cambiare delle stagioni. Visto adesso sembrerebbe un ottimo posto da trote, eppure solo questo è il vero punto di partenza, da qui a valle nell’acqua calda dell’estate sopravvivono solo vaironi. 

Oggi è fresco, l’aria è satura, umida, immobile, la rugiada è ovunque, appanna gli occhiali ma esalta i colori. E’ un torrente di una bellezza notevole ma così, dipinto a forti tinte autunnali, è quasi stupefacente.

Ci sono giorni i cui una macchina fotografica cattura molto più di una canna da pesca: uno scorcio, un taglio di luce, un abbinamento di forme e colori… Ogni scatto sembra un momento unico, una visione perfetta, effimera, impalpabile, da cogliere al volo prima che svanisca. In effetti basta poco, la luce cambia, cambia la visuale e tutto com’è apparso si dissolve. Riemergono acqua, strutture sommerse e il vero motivo dell’essere qui: le trote. Sono giovani, ingenue, coloratissime e così affamate da sbranare la mosca appena la vedono cadere in acqua! Beh, in verità la mia mosca finisce più spesso sui rami che in bocca al pesce, ma la memoria è bonaria, cancella velocemente noia e fallimenti, conserva successi e lieti eventi. L’autunno rende anche inclini alla nostalgia e ora tutto, in questo torrente che frequento da sempre, mentre lo risalgo mi parla. Attimi passati scorrono con l’acqua tra i sassi, mi muovo a ritroso nella memoria, da una pozza all’altra, da un anno all’altro, fino ai primi stivali alla coscia e ancora più indietro, fino ai calzoni corti… mio padre… la pesca col verme...

Poi i ricordi, come colori sulla tavolozza, si fondono gli uni negli altri in nuove sfumature, nuove emozioni. L’ombra del tempo andato, del come poteva essere, svanisce, e io, per un momento in pace con me stesso, procedo, sereno, sempre più su.

Comunque è un buon momento, forse il migliore, ma dura poco: purtroppo la stagione di pesca comincia troppo presto e finisce con almeno un mese d’anticipo. A fine marzo i nostri torrenti sono grigi, spogli, i livelli sono alti, l’acqua è fredda, i pesci sono affamati ma gli insetti scarseggiano. Sono pesci provati dai rigori invernali, pesci aggressivi più disposti a inseguire un rotante o cercare cibo tra i sassi che a salire a galla in cerca di sporadiche prede.

Queste strette vallate riacquistano il loro pieno splendore solo a inizio maggio: gli alberi si ricoprono di foglie, le trote guardano fiduciose verso la superficie, le orchidee selvatiche colorano le sponde, il verde si riflette nell’acqua, la bellezza dilaga. Poi, mano a mano che la stagione avanza, il caldo ci spinge sempre più verso le sorgenti o ai margini del giorno, ma a fine settembre, lassù, torna tutto bellissimo! I livelli sono bassi, i rumori sono smorzati dal letto di foglie e tra alberi ormai spogli filtrano raggi di sole che raggiungono il torrente dando colore e profondità alle sue forme segrete. Le giornate sono ancora lunghe, non c’è l’urgenza d’arrivare prima che i pesci tornino alle tane né la fretta di rientrare per pranzo, quella fretta innaturale che stride con la calma del bosco e si contrappone alla protesta del corpo dettata da milioni d’anni di selezione naturale: lui sa istintivamente che non si perpetua la specie se si mette un piede in fallo!

 

L’acqua che sbianca e ride tra i sassi entra nella pozza, lambisce una lastra di arenaria, rallenta, s’incupisce, gira incerta su stessa poi, succube della legge di gravità, riprende la sua strada verso valle. Ecco, quel punto, dove il flusso ha un attimo di sospensione è come una bollata, la trota può essere solo lì.   La mosca trova il giusto filo di corrente e il pesce banalmente sale. Chissà cosa ci troverà di così interessante in questo sgorbio surreale!? Ho tempo. Immergo la macchina fotografica e provo a guardare il mondo dal suo punto di vista. In effetti è tutto confuso, onirico, passano foglie, rametti; bolle e riflessi dappertutto.

 

Questa bestiolina che non somiglia a nulla, ma semplicemente si distingue dal resto, è tutto ciò che serve a ingannare un essere timido ma sempre affamato. Ambienti minimali popolati da esseri elementari richiederebbero un passo indietro, il ritorno al bambù e alle ingenue mosche di un tempo, ma non ne sono capace. Ci sono molti aspetti romantici che possono intrecciarsi con la nostra passione: l’attesa delle bollate, i colori e i profumi della natura, la grazia e l’eleganza delle mosche tradizionali e le canne in legno, appunto. Queste ultime non sono male, sono solo un po’ più pesanti, poco; un po’ più lente, poco; un po’ più delicate, poco; un po’ più care, poco. Tutti “poco” singolarmente insignificanti, ma che inevitabilmente si sommano, e poi sì, le ho provate e una me l’hanno anche regalata, alla fine ci lancio, ma non con quell’autorità che mi permette la grafite. Mi lascio distrarre facilmente dal contorno ma quando finalmente tutto si allinea e qualcosa merita la mia attenzione mi focalizzo totalmente nell’intento della cattura. Ecco, in quel momento poesia e romanticismo spariscono, e io pretendo che tutto, canna, filo, mosca, siano i più efficienti ed efficaci di cui possa disporre. 

Il lungo sentiero di ritorno in questo punto si riavvicina all’acqua e proprio qui vedo transitare due escursionisti con l’aria insoddisfatta. Le acque abituali sono quelle dove facciamo uscite giornaliere, dove i nostri amici dicono banalmente cose profonde, cose che finiamo per far nostre, e dove prima o poi ci confondiamo con l’ambiente. Non mi notano neppure. Continuo a risalire. Il tratto interessante alla pesca finisce dove i due rami superiori si uniscono precipitando letteralmente dentro la valle.  I ramo di sinistra, forte dell’acqua rubata ai toscani secoli fa scende copioso, il ramo di destra, quello che genera la famosa cascata e che ha stampato la delusione in faccia ai due escursionisti è incredibilmente in secca. Mi guardo attorno per un ultimo lungo momento, ho la testa ormai satura di pozze, alberi, pesci, e silenzio. Chiudo la canna. E’ ora di tornare.

Questo momento magico, questa grazia, questo periodo di mezzo tra il torpore estivo e l’immobilità invernale raggiunge il suo culmine ora e lo manterrebbe tutto ottobre, non fosse che… la pesca chiude.

Sì, certi posti sono belli anche solo da fotografare, e l’ho fatto, ma credetemi, senza la prospettiva di qualche cattura queste camminate in montagna perdono molto del loro fascino!

 

Ottobre - I gialli e rossi di viali e parchi urbani che si stagliano netti contro il grigio cittadino mi ricordano prepotentemente che la fuori, lungo vallate e corsi d’acqua, tutto sta diventando un tripudio di luce e colori. Con la pesca in Appennino chiusa, serve un’alternativa, un ampio spazio senza strade, case, esseri umani, senza il frastuono del quotidiano. Lascio fluire nella mente immagini autunnali fino a quando, fra tutte, emerge la bellezza di un posto, la nostalgia di un ricordo. Un ricordo legato alla prima volta, alla meraviglia di una lontana giornata ottobrina solitaria e piena di luce.

Era piovuto, ma c’era il sole e un cielo limpidissimo, la striscia di vegetazione tra i prati segnava il profilo del fiume. Ogni albero rivestito di colori autunnali sembrava dipinto da un pittore diverso, nell’acqua bassa e trasparente delicate bollate di temoli cerchiavano appena la superficie. Nessuno nei paraggi, nessuna fretta. Un’attività lenta, costante, protratta fin nel tardo pomeriggio. Ore di sospensione mentale. I pensieri si azzerano, la calma e la grazia dilagano, i colori delle foglie si stemperano nell’acqua, mi avvolgono, li assorbo… fino a sentirmi parte del tutto; il ritmo di lancio rallenta, la mosca scende tra riflessi dorati e macchie d’azzurro trascinandosi appresso un presagio; il pesce sale, sfiora il giallo, il rosso o uno sprazzo di cielo e l’insidia e la quiete svaniscono, lasciando spazio a una breve lotta per la vita o la morte; poi subito stanco il pesce torna ai miei piedi, riportando con se l’imitazione e la calma.

Una pesca facile, noiosa, ipnotica, ripetitiva. Un mantra che scioglie grovigli, apre la mente, rilassa.

Pescare a mosca a volte sembra facile. Per capire che non lo è devi guardare un principiante in azione. In realtà tutti noi abbiamo affinato nel tempo tante piccole abilità che solo sommate ci danno la possibilità, a volte, di trovarci nel posto giusto al momento giusto, di saper scegliere la mosca corretta, di trovare il filo di corrente che la convoglia al pesce, di vederlo salire, sentirlo vivo all’altro capo della lenza e aver fatto nodi tanto buoni da portarlo fino alla rete.

In realtà non è mai facile, è sempre più o meno complicato, però ci sono così tante variabile da tenere in considerazione, che quando queste diminuiscono lo percepiamo come “semplice”.

Bello cercare un fiume lontano, selvaggio, inaccessibile, un pesce particolarmente grande o selettivo, un contrasto di correnti sfidante, o una schiusa di difficile lettura, ma ogni tanto abbiamo bisogno di semplicità: la macchina sul prato, il ghiaietto sotto i piedi, imitazioni collaudate, l’irrilevanza di prendere o non prendere un pesce, un compagno di pesca che ci aspetta con l’odore di panini e caffè già nell’aria…

Questo è un fiume famosissimo, a ragione. Scorre placido e rassicurante tra prati immensi. È un fiume perfetto per la pesca a mosca, facile da risalire, facile da attraversare, ricco d’insetti, insomma, fossi stato presente alla Creazione, avrei potuto suggerire qualche minimo aggiustamento a questa alternanza di piane, correnti e giri d’acqua, ma comunque, considerando l’epoca in cui è stato creato, rimane uno dei più riusciti!

E’ anche piuttosto caro, ma si sa, sono pochi i momenti che ci fanno sentire vivi o felici, e spesso in attesa di questi momenti semplicemente attendiamo, lasciando scivolare via il tempo. Difficile quantificarne il valore, l’importante è riconoscerli, goderli, bisogna mordere senza esitazione i bocconi colorati che ci offre la vita, lasciarsi andare alla gioia, perché solo così il passato diventa lieve e il futuro… beh, alla mia età, il futuro fa presto ad arrivare!

Ottobre è un buon mese, ammetto che ci sono più insetti e pesci che bollano in altri periodi dell’anno, ma probabilmente ce ne sono più per pescatore ora. Mancano le belle trote primaverili che escono a caccia di mosche di maggio e a fine stagione i temoli si sono fatti un po’ più furbi, ma ci sono tornato più volte senza mai andarmene deluso.

A metà pomeriggio mi assale un’angoscia ricorrente: le ore di pesca son troppo poche. Di solito accade dopo una serie di catture. Quando competizione e amor proprio sono soddisfatti mi quieto, comincio a pescare gustando l'ambiente, il morbido rumore dell'acqua, cercando il pesce difficile o particolarmente bello. Ecco, in quel momento l’affanno scema e vorrei che quest’attività oziosa non avesse mai fine.

Il sole sparisce, i toni brillanti s’incupiscono, il grigio del cielo ora rimbalza sul solido riflesso dell’acqua. I temoli rallentano. Una testa appare a intervalli regolari e disegna piccoli cerchi nell’acqua. I pesci li possiamo individuare per forma, colore, movimento, questo ha scelto la maniera più evidente: bolla! E’ una trota, una di quelle che mi fan sognare di tornar qua. La nostra è un attività infantile, narcisista per certi versi deliziosa, una squisita mescolanza di conoscenze, competenze e grazia. Ci può essere il ricordo di un tramonto, un bellissimo arcobaleno, un’esplosione floreale, la compagnia di cari amici, ma quello che mi spinge ad andare a pesca è sempre la voglia di prendere un pesce. Un pesce difficile, o grande, o impossibile, un pesce preso, un pesce perso…

E’ un istinto naturale ma è incredibile persista in me tanto intenso da andare a cercarli anche così lontano. Ormai siamo una specie addomesticata con schemi di comportamento che hanno risentito del processo di civilizzazione e vita cittadina. Passiamo troppo tempo in stanze chiuse, quindi non mi stupisco che le nuove generazione, protette da freddo e caldo da riscaldamento e aria condizionata, abituate a muoversi con mezzi asettici da una casa o albergo a uno identico anche all’altro capo del mondo, sentano il bisogno di viaggi mentali a base di pillole, o si dedichino a viaggi catartici del sesso, della danza o della musica.

Io continuo ad andar per fiumi semplicemente per prendere pesci. Le nostre azioni sono determinate biologicamente, siamo vincolati dalle leggi dell’evoluzione, quindi il compito della ragione non è affrancarci dall’istinto ma di proteggerci dai nostri peccati contro natura. Continuo a prender pesci, quello che è cambiato è solo la quantità.

Le trote nascono ingenue ma invecchiando diventano molto diffidenti, i temoli che lo sono per natura, molto meno perché vivono poche stagioni. Il pesce mi concede due lanci e poi svanisce, senza indizi, senza preavviso.

E’ una trota d’annata, con o senza apostrofo.

Qui, come in tutti i posti regolamentati No Kill, mese dopo mese la pesca diventa progressivamente più difficile e le trote in pochi anni raggiungono il livello massimo di intelligenza gli si possa attribuire. Si continua a prendere pesce perché in certi tratti c’è n’è veramente tanto ma non ti puoi permettere molte leggerezze. Ci vantiamo della nostra etica, del nostro approccio poco invasivo ma non elogiamoci, se abbiamo abbracciato senza esitazione questa pratica è per mero interesse personale. Andiamo a pesca perché ci piace ingannarli con la nostra imitazione, perché inseguire una creatura selvatica è stimolante, ma lo facciamo perché è divertente e se cerchiamo di rilasciarli indenni o c’impegniamo per la loro tutela e protezione è solo nella speranza di poterne continuare a prendere sempre più e sempre più grandi!

E poi il No Kill, il negare la morte, è una attitudine che abbiamo mutuato dalla cultura moderna. Ormai, anche se siamo onnivori, non uccidiamo più per mangiare, mettiamo molta distanza tra gli scaffali del supermercato e gli animali al macello. Lo stesso vale per i nostri simili, la fine non fa più parte del vivere quotidiano ma è quasi sempre relegata a luoghi asettici, dedicati. Per riprendere contatto con questo fenomeno naturale ci dobbiamo avventurare là dove la natura è i suoi meccanismi hanno ancora il sopravvento. Eppure la morte è indispensabile, è rinnovamento e rinascita, il vecchio si trasforma, si disgrega e ricombina in nuove forme, in nuove vite. Vale per la natura, vale per tutti noi. Anzi, l’idea che qualcosa di noi torni in ciclo e persista in un posto che abbiamo amato, è intrigante. Questo fiume che scorre placido e rassicurante tra immensi prati fioriti è un posto ideale per riposare, anche per sempre.

Chi non vorrebbe farlo circondato dalla bellezza, dai fiori di maggio, dal ciclo delle stagioni? Gigi, non so quanto seriamente, mi ha detto che farà spargere le sue ceneri proprio qui, però è un po’ preoccupato perché osservando il ghiaietto sul fondo ha notato che sta diventando anno dopo anno sempre più “polveroso”: che non sia stato il primo ad aver avuto questa idea!?

Forse non è necessario arrivare a tanto, ci sono personaggi famosi che si sono indissolubilmente legati a determinati fiumi anche senza farlo. Spesso mi chiedo dove finiscano i moti di spirito, la determinazione, la forza della nostra passione... Quell’energia vitale che usiamo quando inseguiamo i nostri sogni forse sopravvive al corpo, si mischia ai ricordi, agli erbai, ai prati fioriti, alle trote passate, a quelle future, al ciclo infinito dell’acqua e diventa semplicemente parte dell’anima del posto.

 

Io che sono irrequieto non vorrei essere un posto, vorrei essere acqua, svaporare in cielo e come nuova linfa rinascere ogni anno da una diversa sorgente.